PARCO DEI GESSI BOLOGNESI E CALANCHI DELL’ABBADESSA

l’area protetta

Il territorio

II parco si estende sulle prime pendici collinari a sud-est di Bologna, tra i torrenti Savena, Zena, Idice e Quaderna, e racchiude un territorio composito in cui spiccano gli spettacolari affioramenti dei gessi messiniani e i caratteristici calanchi del Passo dell’Abbadessa.
Le strade e i sentieri che attraversano quest’area protetta consentono di avvicinare scenari di inaspettata bellezza, rupi rocciose denudate che si affacciano su grandi conche simili a anfiteatri naturali, angoli all’apparenza inaccessibili che nascondono ingressi di grotte, aspre dorsali calanchive che, come scuri monti in miniatura, interrompono dolci pendii argillosi.
Dai punti più elevati lo sguardo abbraccia i solchi delle valli principali, che di lì a poco sfumano nella grande pianura, e nelle giornate più limpide l’orizzonte è chiuso dalla visione quasi irreale delle Alpi. Nelle zone di affioramento del gesso le sommità corrispondono a dossi argentei dove risalta la struttura cristallina della roccia la cui luminosità madreperlacea le ha meritato il nome di sélenite (pietra lunare).

Per la natura carsica del gesso, in queste aree si osservano doline, valli cieche, inghiottitoi, erosioni a candela e sono celati gli ingressi di oltre 100 grotte tra cui quelle famosissime del Farneto e della Spipola.
Le cavità naturali del parco ospitano una fauna ipogea di grande interesse scientifico: alcune specie di chirotteri e vari invertebrati che si sono evoluti e specializzati alla vita nelle tenebre. I gessi sono attraversati da complessi sistemi di acque sotterranee. L’esempio più significativo si trova presso la Croara. nella valle cieca dell’Acquafredda il rio omonimo si inabissa per tornare alla luce dopo quasi tre chilometri in una risorgente lungo il Savena. Dolci pendici coltivate a seminativi fanno da cornice a luoghi aspri, nei quali si è conservata una natura quasi intatta. Particolarmente suggestivi e selvaggi sono gli affioramenti gessosi tra Zena e Idice, con le grandi doline dell’lnferno e della Goibola e la bella valle cieca di Ronzano, chiusa da imponenti falesie selenitiche. Le rupi gessose sono rivestite da una vegetazione ridotta e discontinua, da piccole piante erbacee adattate alla vita sulla roccia e aromatiche che in estate sprigionano intensi profumi. A tratti la copertura vegetale si arricchisce di folti boschi, arbusteti e slepi che si fondono con gli affioramenti, delimitando le aree ancora coltivate.

Alle tante testimonianze che raccontano l’affascinante storia naturale dei luoghi si sovrappongono i segni delle opere dell’uomo, che ha frequentato sin dalla preistoria queste colline. Dei numerosi borghi medievali sorti intorno alle parrocchie molti sono decaduti o scomparsi come Montecalvo e Pizzocalvo e degli antichi castelli restano ruderi a Castel de’ Britti e S. Pietro di Ozzano. Ormai perdute sono anche le tracce degli importanti monasteri di un tempo, ma sopravvivono alcune chiese isolate nella campagna o piccoli oratori come quello della Madonna dei Boschi. Per l’amenità dei luoghi e la dolcezza del clima in questo territorio furono edificate molte ville di nobili famiglie bolognesi; tra quelle di più antica origine spicca Villa Miserazzano, nei pressi della Croara.

Geomorfologia

L’affascinante storia dei gessi

L’emergenza di maggiore rilievo del parco, intorno alla quale si é andato costruendo il progetto di tutela, é costituita dagli affioramenti dei gessi messiniani, che appartengono alla formazione geologica nota come Gessoso Solfifera. Conosciuto anche con il nome di selenite, per i suoi riflessi lunari, il gesso degli affioramenti bolognesi si presenta in grossi cristalli di forma caratteristica, detta a coda di rondine o a ferro di lancia. Dal punto di vista chimico si tratta di un sale, il solfato di calcio biidrato (CaSO4.2H2O), che insieme ad altri costituisce la normale soluzione delle acque marine, dalle quali precipita durante fasi di prolungata evaporazione. La sua particolare cristallinità ha ingannato a lungo gli studiosi che tentavano di spiegare la genesi delle “gessaie bolognesi”: ancora verso la fine del 1800 era ritenuta una particolare roccia metamorfica. Oggi, invece, ricostruire la storia Geologica dei gessi significa ripercorrere, attraverso uno sforzo dell’immaginazione, gli eventi straordinari che investirono l’intero bacino mediterraneo durante il Messiniano (tra 6 e 5 milioni di anni fa circa). In quel periodo, il Mediterraneo rimase a piú riprese isolato dall’Oceano Atlantico, probabilmente per l’abbassarsi del livello degli oceani, e nei periodi di isolamento l’evaporazione provocó il disseccamento del bacino, trasformandolo in una gigantesca e bianca salina. Alcune ricostruzioni ambientali fanno ritenere che durante il Messiniano il clima fosse piú caldo dell’attuale. Anche nelle attuali condizioni climatiche, tuttavia, si é calcolato che, con la chiusura dello stretto di Gibilterra, il Mediterraneo impiegherebbe solo un migliaio di anni per prosciugarsi: le perdite dovute all’evaporazione superano, infatti, di gran lunga gli apporti di acque dolci. La “crisi di salinità” messiniana produsse effetti anche nelle aree vicine all’Appennino, determinando la formazione di diversi strati gessosi, attraverso ripetuti cicli di evaporazione. Nel bolognese, soprattutto alla base della formazione, gli strati possono raggiungere spessori di 20 m; verso l’alto, invece, si fanno piú sottili, segnalando fasi di evaporazione piú brevi. La presenza, tra gli strati di gesso, di strati argillosi piú scuri, spesso ricchi in sostanza organica, indica interruzioni cicliche nella precipitazione dovute a diluizione delle soluzioni marine. Nel parco, gli strati gessosi sono esposti lungo le scoscese falesie che chiudono la valle dell’Acquafredda, dove sono evidenti almeno tre banconate gessose di grande spessore, separate da fasce di vegetazione che sottolineano gli interstrati argillosi. Gli strati sono visibili anche in molte cave (come al Farneto) e nella valle cieca di Ronzano. Ma il luogo piú significativo per osservare l’intera successione stratigrafica dei gessi é l’alveo dell’Idice, nel tratto dove il torrente li attraversa all’altezza di Castel de’ Britti.G__Affioramento.gessoso-800-150

Flora e vegetazione

I boschi freschi e le specie microterme

Nei versanti più ombrosi e sul fondo delle doline crescono boschi misti con roverella, carpino nero e orniello, accompagnati da sorbo domestico, ciavardello, acero campestre e, più di rado, tiglio e carpino bianco; cerro e castagno compaiono solo sui terreni con un buon grado di acidità. Si tratta in larga parte di boschi cedui, che hanno subito tagli frequenti e eccessivi; scarseggiano gli alberi ad alto fusto e spesso compaiono robinia e ailanto, due esotiche infestanti che contraddistinguono le situazioni più degradate. Numerosi sono gli arbusti nel sottobosco: nocciolo, corniolo, sanguinello, coronilla, biancospini e fusaggine, ai quali si avviluppano i fusti lianosi di caprifoglio e vitalba. G_Giglio RossoMolto suggestivo, all’inizio della primavera, è lo strato erbaceo, che si colora dei fiori di primule, viole, erba trinità, dente di cane, anemone dei boschi, anemone gialla, scilla e polmonaria; in autunno il rosa carico dei fiori di ciclamino spicca tra le chiazze sempreverdi di pungitopo. Sul fondo delle doline e agli ingressi degli inghiottitoi l’aria fredda tende a ristagnare creando un microclima fresco e umido in cui trovano posto piante che di norma si incontrano a quote maggiori dell’Appennino: mercorella canina, bucaneve, giglio martagone, giglio rosso, colombina, lingua cervina, aglio orsino, il raro isopiro e la rarissima speronella lacerata (Delphinium fissum). Nell’ambito del parco la presenza di queste specie microterme è legata alla conservazione dei fragili equilibri delle limitatissime stazioni in cui compaiono.

I boschi caldi e asciutti e le presenze mediterranee

Nei boschi dei versanti più assolati e sui bordi delle doline la roverella è la specie dominante, accompagnata da orniello, acero minore e da una fitta compagine di arbusti in gran parte spinosi, spesso sormontati dai fusti rampicanti dell’asparago pungente. Molto appariscenti, ma sporadici, sono vescicaria e scotano. In prossimità degli affioramenti gessosi il querceto a roverella si fa discontinuo, con alberi bassi e contorti che si alternano a macchie di arbusti in cui abbonda la ginestra; in queste stazioni, caratterizzate da un microclima decisamente caldo e arido, compaiono piante tipiche della flora mediterranea come fillirea, alaterno e leccio, che d’inverno spiccano per il colore cupo del fogliame sempreverde; a queste specie se ne affiancano altre, meno vistose ma altrettanto significative: Osyris alba, Cistus salvifolius, Erica arborea e Rosa sempervirens, l’unica sempreverde fra le rose selvatiche italiane. Queste presenze mediterranee sono relitti di una vegetazione che interessò la nostra regione durante una fase più calda dell’attuale, sopravvissute ai successivi cambiamenti climatici solo nelle stazioni più favorevoli.

Le piante degli affioramenti e di conifere

Dove il gesso affiora, la vegetazione subisce un brusco cambiamento e le particolari condizioni ambientali impongono precisi adattamenti alle piante.
I costoni rocciosi del parco appaiono, a prima vista, privi di vita vegetale, ma osservando più da vicino si scorgono presenze inconsuete, come le macchie di colore formate dai licheni: frequenti sono le gialle chiazze crostose di Fulgensia fulgida e i talli verdi, foliosi e frastagliati di Cladonia convoluta. I licheni si insediano per primi sulla roccia, preparando il substrato ad accogliere, se l’inclinazione non è eccessiva, altre piante via via più esigenti; ad essi si affiancano i compatti cuscinetti dei muschi (Bryum bicolor, Barbula convoluta, ecc.). Dopo una pioggia o quando l’umidità è elevata, il tallo di licheni e muschi è turgido e di colore brillante, mentre nelle torride giornate estive appare rinsecchito: essi superano, infatti, lunghi periodi di siccità in uno stato di vita latente, per poi ritornare vitali in condizioni ambientali più favorevoli. L’aridità, del resto, oltre alla scarsità di terreno, è un fattore limitante anche per le altre piante che frequentano il gesso. Alcune sfruttano l’autunno e la primavera per compiere il loro breve ciclo vegetativo, affidando ai semi il superamento dell’estate. In questo modo si comportano le minuscole sassifraga annuale e draba primaverile, già in fiore a fine inverno, l’erba medica minima e il becco di gru (Erodium cicutarium), che deve il nome alla bizzarra forma del frutto. Le borracine (Sedum acre, S. rupestre, S. album), invece, sono piccole porchis purpureaiante succulente che immagazzinano acqua nelle foglie e nei fusti. Dove si accumula un po’ di terriccio crescono piante più sviluppate come elicriso, timo (Thymus serpyllum) e assenzio (Artemisia alba); gli olii essenziali delle foglie sprigionano aromi che aiutano a ridurre le perdite d’acqua. Anche la fumana, dai delicati fiori gialli, è spesso presente, insieme a salvastrella minore, strigoli, dai fiori a calice rigonfio, vedovella dei prati dai bei capolini azzurri, e arabetta maggiore (Arabis turrita); in autunno spiccano i bei fiori rosati di Scilla autumnalis. Numerose sono, infine, le graminacee: grano delle formiche, erba mazzolina, forasacco e paleo comune; sono specie frequenti anche nelle boscaglie e nelle praterie aride dei dintorni che a primavera si tingono del rosa carico dei fiori di anemone stellata e ospitano belle orchidee (Orchis morio, O. purpurea). Quando il gesso affiora in luoghi ombrosi e freschi, come nei pressi degli inghiottitoi che spesso si aprono nel bosco, si ricopre di tappeti di muschi su cui poggiano felci come il falso capelvenere e la felce dolce; la felce rugginosa compare invece dove c’è più luce, insieme a una succulenta dal notevole sviluppo, la borracina massima.

Le piante dei calanchi

Le aspre e severe forme dei calanchi sono un ambiente molto inospitale per la vegetazione: i versanti ripidi, l’instabilità del terreno, la sua ricchezza in sali e i lunghi periodi di aridità selezionano una rada vegetazione erbacea che tollera la salinità e ha messo a punto specifici meccanismi di adattamento. D’estate i calanchi appaiono pressochè privi di copertura vegetale: molte piante hanno, infatti, concluso il loro breve ciclo vegetativo, altre sopravvivono con organi sotterranei, altre ancora lasciano precocemente cadere le foglie per diminuire la traspirazione.
In primavera e autunno si assiste a una ripresa della vita vegetale, favorita da una minore concentrazione di sali dilavati dalle piogge. La sommità dei calanchi e i crinali che suddividono le vallecole sono occupati da una prateria di graminacee che in gran parte frequentano i prati aridi circostanti: paleo comune, fienarola bulbosa, grano delle formiche, erba mazzolina, gramigna comune; facilmente riconoscibili sono i capolini giallo-dorati di Aster linosyris. Compare anche Ononis masquillierii, una leguminosa esclusiva dei terreni argillosi emiliani e marchigiani. La scarsa compattezza del manto erboso favorisce l’erosione che mette a nudo le argille sottostanti, avviando il processo di formazione del calanco. Sulle argille affioranti, che formano caratteristiche pareti ripide, instabili e ricche di sali, compare la sulla, la cui fioritura in primavera tinge di rosso interi versanti; a essa si affiancano pochi isolati cespi di gramigna, orzo marittimo e scorzonera. Alla base del calanco, infine, dove si accumulano le colate di argilla, vegetano piante che sopportano il ristagno d’acqua: farfaro, ceppitoni e nappola (Xantium italicum), dal caratteristico frutto ricoperto di spine uncinate. Le zone limitrofe ai calanchi e i numerosi campi abbandonati, specie sui terreni argillosi, sono occupati da arbusti pionieri che progressivamente vanno a colonizzare questi spazi, in passato disboscati per ricavare pascoli o seminativi: rose selvatiche, biancospini, prugnolo, ginestra, marruca, ginepro e perastro compaiono dapprima isolati, per formare poi fitti arbusteti che evolvono in boscaglie, contrastando con efficacia erosioni e smottamenti del terreno.

Fauna

I mammiferi

Oltre alle specie più comuni delle colline a ridosso della città – riccio, topo selvatico, arvicole (Clethrionomys glareolus e Pitymys savii), dia_Volpe_Invernalelepre, volpe, faina, tasso, donnola – è da segnalare il mustiolo (Suncus etruscus), una specie a diffusione mediterranea, particolarmente legata agli ambienti xerici. Si tratta di un insettivoro simile al toporagno, ma di dimensioni ancora più ridotte: con i suoi 2,5 g di peso è il più piccolo mammifero europeo. Nel parco è stata inoltre registrata la presenza, sia pure non assidua, del capriolo, che negli ultimi anni sta gradualmente riprendendo possesso dell’ambiente collinare e appenninico, dopo essere stato sterminato circa due secoli fa.

Gli uccelli

La contiguità di versanti esposti e di zone più riparate all’interno delle doline favorisce una notevole diversificazione delle specie di uccelli presenti anche in aree limitate. Nei pressi della Spipola, ad esempio, è possibile osservare a brevissima distanza specie che raramente convivono nello stesso ambiente, come lo scricciolo, che predilige le zone cespugliose e boscose su terreni freschi e umidi, e l’occhiocotto, che

Cinciallegra

frequenta invece quelle in prevalenza costituite da essenze termofile. Nel complesso le specie più caratteristiche sono proprio quelle legate agli ambienti cespugliosi e di transizione tra bosco e coltivi: da segnalare, per la particolare abbondanza, sterpazzola, tortora, succiacapre, averla piccola, strillozzo, quaglia e allodola. La presenza di specie tipiche dei boschi con alberi maturi (picchio verde, rampichino, picchio muratore e varie cince) si limita, invece, ai parchi delle ville e alle fasce boscate lungo Zena e Idice. Altre specie di rilevante interesse sono l’assiolo (noto localmente come chiù), un piccolo rapace notturno abbastanza raro, presente solo nel periodo estivo, la poiana, nidificante e regolarmente presente tutto l’anno, e, lungo i torrenti, il martin pescatore.

Le altre presenze

Gli altopiani gessosi e i soleggiati bordi delle doline, ma spesso anche le praterie cespugliate che delimitano le aree calanchive, offrono condizioni microclimatiche adatte a numerose specie di rettili: oltre a ramarro, lucertola campestre, lucertola muraiola, biacco e saettone, piuttosto comuni in tutta la fascia collinare, si possono osservare anche specie più marcatamente xerofile e termofile, a diffusione più strettamente mediterranea. E’ il caso della luscengola, un sauro dall’aspetto decisamente serpentiforme, munito di piccole e rudimentali zampette, che frequenta i prati incolti e cespugliati e i margini dei querceti a roverella. Anche il colubro di Riccioli, un serpente di modeste dimensioni non molto comune nella nostra regione, abita di preferenza gli ambienti più caldi e secchi. La vipera comune, invece, non risulta particolarmente abbondante. Per molti anfibi, la presenza di un sistema carsico che limita drasticamente l’idrografia superficiale, riduce la possibilità di trovare habitat acquatici idonei alla riproduzione: nella zona dei gessi si possono osservare soprattutto specie terricole come rospo comune e rana agile; ancora da confermare sono alcune segnalazioni di geotritone negli ambienti ipogei. Nelle zone calanchive la

Rana agile

maggiore disponibilità di acque superficiali consente la presenza di una fauna più abbondante: oltre alla comunissima rana verde, al rospo comune e alla rana agile, si possono trovare con facilità anche raganella, tritone crestato e tritone punteggiato, che spesso coabitano in piccole pozze sui terreni argillosi. Nelle medesime situazioni, come pure lungo i ruscelli che scorrono ai piedi dei calanchi, è possibile osservare il singolare ululone dal ventre giallo, una sorta di rospetto il cui dorso verrucoso color grigio fango contrasta con la vivace colorazione gialla a macchie grigio-bluastre del ventre. Le zone più aride e assolate degli affioramenti gessosi e delle pendici calanchive ospitano anche diverse specie di insetti particolarmente adattate a questo tipo di ambiente: fra le più curiose, Empusa pennata, una mantide dall’aspetto bizzarro ma particolarmente mimetico, e Oedipoda germanica, una cavalletta quasi invisibile quando è posata sul gesso o sull’argilla, ma che al momento di spiccare il volo mostra la vistosa colorazione rossa delle ali.

La fauna delle grotte

Gli ambienti ipogei, caratterizzati da mancanza di luce, forte umidità e temperatura costante, racchiudono interessanti e complessi ecosistemi. L’oscurità impedisce la crescita delle piante: tra gli animali cavernicoli mancano perciò i consumatori primari, mentre abbondano i predatori e quelli che si nutrono di sostanze organiche in decomposizione. Molti abitanti delle grotte presentano adattamenti assai marcati. Uno dei caratteri più comuni è la riduzione degli occhi, talvolta fino alla totale cecità; è maggiore, invece, lo sviluppo di altri organi sensoriali, come antenne e setole tattili. Un’altra caratteristica è la depigmentazione, cioè la mancanza totale o parziale dei pigmenti: gli animali appaiono spesso di un bianco latteo o di un giallo testaceo. Particolarmente abbondanti sono gli invertebrati, soprattutto crostacei, aracnidi, millepiedi e insetti. Accanto alle specie strettamente legate agli ambienti ipogei, esistono animali che utilizzano le grotte come semplici ripari, FAUNA_pipistrelloluoghi di sosta e riposo: i più noti sono senza dubbio i chirotteri. Per il letargo invernale, il torpore diurno e la riproduzione, numerose specie di pipistrelli, come il miniottero, alcuni vespertili e i ferro di cavallo, utilizzano pareti e anfratti delle grotte. Tra le specie più tipiche c’è il ferro di cavallo maggiore, una presenza rara e importante degli inghiottitoi dei gessi bolognesi. Come tutte le specie della sua famiglia (i rinolofidi) possiede un muso di forma piuttosto strana: intorno alle narici si sviluppano infatti complesse escrescenze carnose note come “foglie nasali”, utilizzate per meglio diffondere gli ultrasuoni; tutti i pipistrelli europei, dalla vista debole e dalle abitudini notturne, si orientano nello spazio, individuano le prede e gli ostacoli servendosi degli echi degli impulsi ultrasonici emessi. Il ferro di cavallo maggiore vive solitario o in piccoli gruppi. Nella bella stagione esce dalla grotta a tarda sera e resta a cacciare falene e coleotteri tutta notte, con volo basso, lento e sfarfallante; rientra solo prima dell’alba per cadere subito in uno stato di torpore. A fine autunno inizia l’ibernazione.

Storia e Paesaggio

Insediamenti preistorici e romani

Insediamenti preistorici e romani Il territorio che si estende tra Savena e Quaderna, a sud della Via Emilia, é stato frequentato fin dai tempi piú remoti. Sugli antichi abitatori grotte e cavità naturali dei gessi hanno restituito preziose informazioni. L’esistenza di comunità dedite alla caccia e alla raccolta é documentata fin dal Paleolitico, e nuclei residenziali dell’età dei metalli sono stati individuati alla Croara, al Farneto e a Castel de’ Britti. Il successivo prevalere dell’economia agricola favorí la concentrazione degli abitati nella pianura e la zona conserva, ben celata, una delle piú interessanti realtà archeologiche della regione. Dove il Quaderna incrocia la Via Emilia, infatti, appena fuori del parco, ai lati della strada consolare si estendeva la città romana di Claterna, una delle poche in regione a non avere avuto continuità abitativa dall’antichità ai nostri giorni. Di origine quasi certamente etrusca, si sviluppó durante l’età repubblicana e soprattutto augustea, quando era circondata da una corona di ville suburbane; i bei pavimenti in mosaico rinvenuti durante gli scavi sono oggi conservati al Museo Civico di Bologna (tutta l’area é privata e l’accesso non é consentito). Proprio a partire da Claterna il console Caio Flaminio, nel 187 a.C., aprí una strada, la “Flaminia Minor”, che giungeva fino ad Arezzo, probabilmente utilizzando un percorso preromano. Vari ritrovamenti fanno ritenere che la via romana si dirigesse a Settefonti, seguendo un tracciato simile a quello dell’attuale strada per S. Pietro di Ozzano e Pieve del Pastino, e proseguisse poi lungo il crinale tra Idice e Sillaro. Nel medioevo esisteva ancora, ma aveva subito una deviazione a ovest, lambendo Ciagnano e Castel de’ Britti.

 Castelli, chiese e monasteri

Durante il periodo medievale il territorio dei gessi bolognesi era caratterizzato da piccoli centri abitati sparsi sui rilievi, in genere fortificati e riuniti intorno a un castello o a una pieve. S. Pietro di Ozzano, ad esempio, uno dei fortilizi a difesa della Via Emilia, ebbe origine dagli abitanti di Claterna che, dopo la distruzione della città nel V secolo, si rifugiarono sulla vicina collina. Poco oltre si incontra la Pieve di Pastino, che esisteva già nell’XI secolo e dalla quale successivamente dipenderà la rete di parrocchie della zona; decaduta nel XV secolo e sopravvissuta solo come oratorio fino alla fine dell”800, fu poi trasformata in abitazione civile. Non lontano dalla pieve, e a essa storicamente collegato, sorgeva il monastero femminile di S. Cristina, che aveva vasti possedimenti nella zona. Il monastero, demolito nel 1769, era situato nelle vicinanze del lungo crinale tra i calanchi noto come Passo della Badessa. Del monastero rimane memoria soltanto nella figura della Badessa Lucia, poi Beata Lucia da Settefonti. Una romantica leggenda vuole che Lucia, dopo la morte, abbia miracolosamente salvato dalla prigionia in Terrasanta un giovane della nobiltà bolognese, che era solito risalire l’impervio crinale fino alla chiesa per intravederla durante le funzioni religiose. I ceppi che imprigionavano il giovane e la salma di Lucia sono conservati nella vicina chiesa di S. Andrea, sulle pendici di Monte Arligo. Sempre nel territorio di Ozzano, nei pressi di Mercatale, non lontano dal parco, si trova l’Abbazia di Monte Armato; restaurata dopo l’ultima guerra, la sua semplice architettura romanica e la suggestiva posizione un po’ appartata, la rendono sicuramente meritevole di una visita. Sul versante destro dell’Idice, già in comune di San Lazzaro, sorge Castel de’ Britti, antico borgo fortificato allo sbocco del torrente in pianura, in posizione dominante su uno sperone di gesso affiorante. Tra le località del parco é quella di piú antica memoria, citata in un documento dell’VIII secolo come “Castro Gissaro, quod dicitur Britu”. Appartenuto a Matilde di Canossa e poi passato a Bologna, venne distrutto e ricostruito varie volte, a testimonianza della sua importanza strategica; restano tracce delle mura, un arco di entrata diroccato e la chiesa, di origine trecentesca, dedicata a S. Biagio. Anche nelle alture gessose intorno alla Croara si trovavano centri fortificati: una scrittura del 1084 parla di un castello “quod vocatur Corvaria”, probabilmente nella attuale località “il Castello”; a poca distanza, la piccola comunità di Miserazzano, di cui resta il ricordo nel nome dell’altopiano, possedeva una chiesa e forse un edificio fortificato, dove poi venne costruita la rosseggiante villa ottocentesca dei conti Negri. Lungo via della Croara rimane, infine, la chiesa omonima, che un tempo faceva parte dell’Abbazia di Santa Cecilia, di fondazione anteriore al Mille.

Cave antiche e recenti

Al gesso si é fatto ricorso fin dalla preistoria, come documentano le tracce di estrazione e lavorazione della Grotta Calindri, e poi in epoca romana per uso edilizio: di selenite sono le mura bolognesi del III secolo. Durante il medioevo l’impiego del gesso nelle costruzioni continuó e a Bologna le basi di alcune torri sono realizzate con grossi blocchi di questa pietra. Anche all’interno del parco parecchi edifici storici, ma anche semplici case contadine, conservano tratti di muro e inserti in selenite. A partire dal XIII secolo, si sviluppó l’uso del gesso cotto come materiale da presa e impasto per stucchi. Il territorio interessato dagli affioramenti gessosi cominció a essere scavato sistematicamente per ricavare pietra da taglio, in parte poi soppiantata nell’uso dall’arenaria, ma soprattutto materiale per la cottura e la macinatura. Dalle numerose, piccole cave a gestione familiare si passó, alla fine del secolo scorso, a un’attività meccanizzata e, nel dopoguerra, allo sfruttamento industriale, con un pesantissimo impatto sull’ambiente. Molte grotte vennero distrutte oppure ne venne irrimediabilmente compromessa la stabilità (come nel caso della Grotta del Farneto). Negli anni ’60 inizió la dura battaglia per bloccare l’escavazione: i gruppi speleologici per primi, l’Unione Bolognese Naturalisti e il comune di San Lazzaro riuscirono nell’intento solo alla fine degli anni ’70, quando il territorio era ormai profondamente segnato. Oggi l’immagine del Monte Croara dilaniato dalle gallerie e le pareti lisce e lucenti dei vari fronti di cava fanno ormai parte del paesaggio dei gessi.

Carta d’identità

Superficie a terra (ha): 4.815,87
Regioni: Emilia Romagna
Province: Bologna
Comuni: Bologna, Ozzano dell’Emilia, Pianoro, San Lazzaro di Savena
Provv.ti istitutivi: LR 11 2/04/1988
Elenco Ufficiale AP: EUAP0178

Mappa