Storia e Paesaggio

Storia e Paesaggio
 
 

Reperti in selce e terracotta hanno testimoniato la presenza dell'uomo in questo territorio fino dall'età della Pietra; successivamente i primi popoli ad abitare stabilmente furono Liguri, Etruschi e Galli Boi i cui segni sono rimasti nelle tradizioni locali (es. mummie e mamme) sculture in pietra con funzione beneaugurale posate all'esterno di edifici e riconducibili alla cultura celtica.

Durante il Medioevo questo territorio passò sotto il dominio dell’Esarcato di Ravenna: la presenza bizantina è confermata dallo stile del Delùbro, il tempio rotondo che costituisce l’ultimo resto dell’antica pieve di Lizzano, e dalla dedicazione della stessa pieve al Santo orientale Mamante. Dopo la caduta dell’Esarcato, alcuni dei territori conquistati furono donati dal re longobardo Astolfo alla potente Abbazia di Nonantola.

Durante l’epoca dei Comuni questo territorio entrò tra i possedimenti del Comune di Bologna, che, fece erigere torri e piccoli castelli difensivi (di Monte Cimbriano poi detto Belvedere) per controllare il territorio. Il confine tra il bolognese e il modenense fu per secoli oggetto di contesa, la situazione si stabilizzó solo dopo il 1763, con la posa di una serie di cippi confinari.

Fu in questa occasione che l'antico Passo della Calanca divenne il Passo dei Tre Termini, perché segnava il confine fra le terre dello Stato Pontificio, il Granducato di Toscana e i possedimenti della Casa d'Este.

 
 
Per approfondire

2000 a.C. Gruppi di uomini primitivi frequentano nei momenti stagionali favorevoli le montagne del parco alla ricerca di selvaggina e di nuovi territori, lasciando tracce del loro passaggio alla Sboccata dei Bagnadori, a Rocca Corneta e in località vicine, dove sono stati rinvenuti numerosi frammenti di attrezzi in selce e terracotta.

1000-500 a.C. Liguri, Etruschi e Galli Boi sono probabilmente i primi popoli ad abitare stabilmente le montagne del parco. Della loro presenza mancano precise testimonianze, ma restano segni nella toponomastica e nelle tradizioni locali: la consuetudine di scolpire teste in pietra, le cosiddette mummie, da collocare sulle pareti di case ed edifici religiosi con significato augurale, secondo alcuni studiosi deriverebbe ad esempio dall’usanza dei Galli di conservare come trofei le teste mozzate dei nemici vinti davanti all’abitazione. Ulteriori conferme potrebbero venire dall’analisi di misteriose iscrizioni ritrovate a Fiammineda e su alcune rocce, dette “dell’Uomo Selvatico”, a monte di Vidiciatico.

753. Per la prima volta compare la denominazione di Massa Lizano, a indicare un territorio i cui confini coincidono in gran parte con quelli dell’odierno comune di Lizzano in Belvedere; il termine è riportato sulla donazione che il re longobardo Astolfo fa di questi territori all’Abbazia di Nonantola (sulla cui autenticità si è tuttavia molto discusso). Nello stesso documento vengono citate Viliciatico, Gabba e Gricla (le odierne Vidiciatico, Gabba e Grecchia) e la pieve del Santo Mamante, a cui ancora è dedicata la parrocchiale di Lizzano (una delle più antiche diocesi del bolognese). Da questo momento Massa Lizano compare regolarmente nei documenti e i suoi confini rimangono pressoché invariati.

1227. Il Comune di Bologna fa costruire una postazione fortificata sul monte Cimbriano, sopra l’odierna Querciola, per consolidare il controllo dei confini con il Modenese, oggetto di continue dispute e guerre. Altre strutture fortificate esistevano già a Vidiciatico e Gabba. Nell’occasione il rilievo riceve l’appellativo di Belvedere, un termine all’epoca di uso frequente, che in seguito servirà a designare tutto il territorio di Lizzano.

1293-1333. Per facilitare il trasposto di tronchi verso la città il Senato di Bologna incarica Andrea da Savignano di progettare un canale che conduca le acque del Dardagna nel Silla e quindi nel Reno, tagliando le pendici del versante destro del Dardagna. Secondo le cronache dell’epoca per completare l’opera occorsero 40 anni. Oggi del canale rimangono poche tracce e la più tangibile testimonianza della sua esistenza è nel nome stesso del borgo di Poggiolforato.

1495. In una lettera inviata dai Sedici Riformatori del Senato di Bologna al Massaro del Belvedere, per ricordare l’interesse che i boschi della zona rivestono per tutta la comunità, si chiede che “dicte selve et boschi se debiano mantenere et conservare per lo advenire ad uso de selve et boschi como son stati per il passato...”. Il documento, conservato all’Archivio di Stato di Bologna, è ritenuto tra i più antichi in materia di conservazione dei boschi in Italia.

1513. Giovanni de’ Medici, divenuto papa Leone X, concede in feudo a Galeazzo Visconti la Contea di Belvedere (l’assegnazione viene però revocata nel 1532).

1530. Scampato con la famiglia alla battaglia di Gavinana, vinta dalle truppe fiorentine di Maramaldo su quelle pisane al comando di Pier Capponi, Brunetto Brunori fa eseguire quattro sculture lignee che ritraggono la sua famiglia, come ex voto alla Beata Vergine dell’Acero, la cui fama di dispensatrice di miracoli si va accrescendo in questo periodo. Le sculture sono situate all’interno del cinquecentesco santuario, sorto nel punto dove la tradizione vuole che la Beata Vergine sia apparsa a un giovane pastore nei pressi di un grande acero (il tronco è conservato dietro all’altare).

1763. Dopo secoli di dispute un definitivo trattato, sottoscritto dagli Estensi e dal Pontefice, stabilisce i confini tra le terre del Frignano e del Belvedere, in seguito a esso vengono posti i cippi confinari che ancora si incontrano lungo i crinali del parco. E’ l’occasione in cui il lago Scaffaiolo, nell’alta valle del Dardagna, entra far parte del territorio modenese e il passo della Calanca prende il nome di Tre Termini, a indicare il punto di confine tra Granducato di Toscana, Stato Pontificio e Ducato Estense.

1774. Su incarico del governatore pontificio cardinale Doria viene compiuta un’indagine sullo stato dei boschi del Belvedere e si stabiliscono una serie di norme per la loro salvaguardia. Già quarant’anni prima era stato emanato un Bando Pontificio riguardante l’utilizzo dei boschi, che vietava il taglio degli alberi in prossimità del crinale.

1781-2. L’abate Serafino Calindri raccoglie nel suo Dizionario Corografico d’Italia molte informazioni sugli abitati, i mestieri, le coltivazioni delle varie località del Belvedere e riferisce della bellezza del paesaggio e della ricchezza di acque, boschi e pascoli di queste valli.

1811-13. Durante il periodo napoleonico, su richiesta del Conservatore dei Boschi del Dipartimento del Reno, vengono raccolti da parte dell’ispettore dei boschi una serie di dati sulla selva del comune di Lizzano, che mette in evidenza i problemi dovuti al numeroso pascolo e ai disboscamenti attuati per aumentare le superfici prative e la produzione di carbone. Si riapre la discussione sulla necessità di salvaguardare e incrementare le superfici boschive esistenti.

1830-50. Vari studiosi e appassionati visitano i monti di Lizzano e il santuario di Madonna dell’Acero, spingendosi verso il crinale e lo Scaffaiolo, e lasciano memoria delle loro escursioni. Tra questi il bolognese Giovanni Gozzadini, al quale si deve un erbario con campioni provenienti dai boschi e dalle praterie del parco. Anche il botanico Antonio Bertoloni risiede per un certo periodo a La Cà per compiere indagini e raccogliere dati sulla ricca e interessante flora di questo territorio, che verranno parzialmente utilizzati nella prima Flora d’Italia.

1889. Il parroco di Lizzano don Giulio Pacchi redige un manoscritto nel quale racconta fatti di cronaca e usanze del paese e delle località vicine. Nelle sue memorie riferisce, ad esempio, che nel territorio di Lizzano “Vi si fabbrica grandissima quantità di carbone di castagno, di quercia, di faggio che viene poi commerciato alle città della Toscana, dell’Emilia, della Lombardia, del Veneto, con legno lavorato per bigonci, per barili, per secchie, per botti; manichi da vanga, da marra, da badili; cerchi per stacci, per vaglio, per bucato; catinelli per mulino; aste per tende militari; pali per telegrafo; forme da scarpe; campanozze di rame per l’armento; chiodi, o bolette per calzature; ferri da taglio molteplici; produzioni di Magona (ferro lavorato) per usi diversi (...). Nella regione più alta del suo territorio abbondano le castagne, le nocciole, le noci, le fragole silvestri, i lamponi, i bagioli (...). Nell’estate su per le vastissime praterie comunali, e pascoli forestali vi si mantiene, ed alimenta una considerevole quantità di pecore di privata ragione che danno latte copioso, e buonissimo, onde ogni anno ne emerge una vistosa fabbricazione di ottimo formaggio, e una grande tosatura assai ricercata, e mercantile. Anche vi si governa un certo buon numero d’animali equini da razza d’una assai scelta specie...”.

1930. Vengono intensificati gli interventi di rimboschimento nell’area del parco, iniziati nel secolo precedente alla scopo di consolidare i versanti e recuperare aree disboscate o colpite da incendi: Il largo impiego di specie sempreverdi, a volte anche di origine esotica a scopo sperimentale per aumentare la produzione di legname pregiato, induce cambiamenti in alcuni casi piuttosto evidenti nel paesaggio delle valli.

1939-1945. Il fronte della seconda guerra mondiale interessa a lungo questo territorio, alle postazioni tedesche sui Monti della Riva e sul Monte Belvedere si contrappongono quelle alleate nei dintorni di Porretta. Diversi scontri vedono la partecipazione di partigiani locali. L'episodio più doloroso è legato alla frazione Cà Berna, dove il 27 settembre 1944 i tedeschi assassinarono per rappresaglia una trentina tra uomini, donne e bambini.
1988. La legge regionale n. 11 del 2 aprile 1988 istituisce il Parco Regionale del Corno alle Scale, riconoscendone l’elevato valore naturalistico e paesaggistico. L’area protetta si inserisce nel quadro di tutela degli ambienti montani appenninici prossimi al crinale e si collega agli altri parchi regionali che si sviluppano nel Modenese e nel Reggiano.
1997. Si conclude il restauro e il nuovo allestimento del Museo “Giovanni Carpani” a Poggiolforato, una preziosa collezione sulla cultura materiale di queste popolazioni montane.