PARCO DEI LAGHI DI SUVIANA E BRASIMONE

l’area protetta

Il territorio

Si estende nel territorio compreso tra i due laghi artificiali di Suviana (a 465 m s.l.m.) e Brasimone (a 845 m s.l.m.); il limite verso sud coincide con il confine toscano, dove percorre lo spartiacque del Brasimone. Lungo il crinale che separa i due grossi bacini di trova Monte Calvi (1283 m s.l.m.), la più alta cima del Parco.

Boschi misti di querce, faggete e rimboschimenti di conifere rivestono quasi per intero i versanti e le arenarie dei principali rilievi nella parete occidentale della dorsale e a valle del bacino del Brasimone, formando lo spettacolare fronte dei Cinghi delle Mogne. Nei boschi sulle pendici più dolci si aprono vaste radure un tempo lasciate al pascolo e si intravedono vecchi coltivi riconquistati dalla vegetazione spontanea. Folti castagneti si incontrano intorno a Mogne e a Poranceto, dove il parco ha allestito un museo del bosco.  Negli ultimi decenni la diminuita presenza umana ha favorito l’incremento della fauna selvatica, tra cui spiccano per importanza i cervi; il parco, tra settembre e ottobre, è l’area ove è più facile sentirne i bramiti tra tutto il versante appenninico emiliano. Varie testimonianze medievali sono conservate a Bargi, Baigno, Badi e Stagno e di particolare suggestione è il borgo di Chiapporato, ormai in abbandono, con le belle case in sasso sovrastate dal ripido versante del monte Calvi. Di grande interesse è il complesso sistema tecnologico che regola gli impianti idroelettrici di Suviana, dove si trova un centro visita dedicato all’acqua, e del Brasimone, che ospita una struttura informativa dell’Enea. I laghi con le numerose aree di sosta attrezzate lungo le sponde, la estesa rete di sentieri, fanno oggi di quest’area una delle mete turistiche di maggior richiamo estivo.

Geomorfologia

L’ossatura geologica delle montagne del parco si può leggere osservando, da uno dei balconi panoramici offerti dalle cime più elevate, l’orografia e il paesaggio. Il confine tra rocce di natura diversa si manifesta infatti con nitidi passaggi morfologici, a cui fanno riscontro notevoli mutamenti nell’assetto generale del paesaggio. I rilievi più meridionali, che comprendono parte del crinale tosco-emiliano e le dorsali di Monte Calvi e Monte Gatta, hanno versanti molto ripidi, rivestiti in maniera pressoché uniforme dai boschi, e sono incisi da valli profonde, con tratti dirupati dove, tra la rada vegetazione, emergono rocce arenacee dalla stratificazione particolarmente nitida. Nel folto di questi boschi montani sono dispersi borghi e case isolate ormai abbandonati da tempo. Scendendo a quote più basse i versanti diventano decisamente meno acclivi, con un netto gradino morfologico a cui si accompagna un allargamento della sezione della valle. Al termine dei pendii arenacei non sono più i boschi a rivestire con continuità i versanti ma un composito mosaico di appezzamenti coltivati e arbusteti, a tratti segnati da incisioni calanchive e lunghe lingue di frana, dove affiorano grigie rocce argillose, punteggiate da frammenti rocciosi più chiari. In questi pendii, dove le condizioni di stabilità dei versanti sono precarie, i nuclei abitati e le case isolate sono sparsi tra i campi e le aree di frana e, soprattutto quando si tratta di insediamenti storici, aiutano a riconoscere le aree più stabili. I maggiori centri abitati della zona invece, come Badi e Castiglione dei Pepoli, sono localizzati in prossimità del passaggio tra arenarie e argille, dove esistono buone condizioni per l’insediamento: terreni abbastanza stabili, acque sorgive al contatto tra le permeabili rocce arenacee e le impermeabili argille, possibilità di coltivare i pendii più dolci e sfruttare i boschi soprastanti.

La storia geologica più antica: “Argille Scagliose” e ofioliti

Le rocce argillitiche che affiorano nella fascia sottostante alle arenarie sono riferite alla Formazione di Ponte della Venturina, compresa nell’Unità di Sestola-Vidiciatico, mentre più a nord, oltre il Monte di Baigno, i terreni argillosi appartengono alla antichissima coltre rocciosa tradizionalmente nota con il nome di “Argille Scagliose“, che si estende lungo le vallate bolognesi da queste altitudini sino alle zone pedecollinari.

Le arenarie dei rilievi principali

La maggior parte delle montagne del parco è modellata nelle arenarie, come si può osservare lungo gli affioramenti più estesi che caratterizzano le pendici occidentali del Monte Calvi e di quello di Stagno, in cui si notano strati di colore beige, marrone e grigio, di diverso spessore, messi in risalto per l’erosione selettiva che incide con maggiore rapidità i livelli meno cementati, formati da granuli sabbiosi.

Storia

Due solitarie valli tra l’Emilia e la Toscana

Aree montuose impervie e lontane dalle principali direttrici storiche, le località del parco hanno lasciato scarse tracce nei documenti più antichi, e solo a partire dal medioevo feudale è possibile tracciare un quadro più chiaro dell’assetto del territorio. Per le epoche precedenti, oltre a importanti ritrovamenti etruschi in località del Camugnanese piuttosto distanti dal parco (come le due statuette votive di Monteacuto Ragazza), le conoscenze sui frequentatori e i primi residenti di queste alte valli sono soprattutto legate a reperti romani (monete presso il torrente Brasimone e a Le Mogne, alcune statuette nelle vicinanze di Castiglione) e a indizi che suggeriscono una presenza stabile di guarnigioni longobarde a Stagno, Bargi e Castiglione dei Pepoli. Tra i secoli XII e XIV le alte valli del Limentra di Treppio e del Brasimone, dopo essere state in parte possessi matildici, furono dominio dei conti Alberti di Prato e Mangona, e da questi affidate a nobili locali; la rocca degli Alberti, ai Cinghi di Mogne, era tra le poche strutture forticate del territorio e vi era annesso un piccolo edificio sacro. Altre fortificazioni si trovavano nei borghi di Stagno e Bargi, ritenuti strategici per questo settore appenninico nel controllo dei collegamenti con la Toscana. In epoca comunale i borghi montani furono motivo di contese tra Pistoia e Bologna, con diversi scontri e un susseguirsi di giuramenti di fedeltà da parte delle comunità locali ora all’una ora all’altra città. I primi decenni del ‘200 furono il periodo più aspro, poi le tensioni si affievolirono e il dominio degli Alberti, in seguito appoggiati dai conti di Panico, durò con alterne vicende fino a metà del ‘300; a essi subentrò il potere di Bologna, che cercò di amministrare il territorio tramite il Capitanato della montagna (fino al ‘400 situato a Castel di Casio) ma, troppo distante e impegnata in altri fronti, lasciò sempre ampio spazio a nobili e possidenti locali. Le vicine terre di Castiglione, allora detto Castiglione dei Gatti (forse dal celtico gat, bosco), vennero acquisite nel 1340 da Giovanni e Giacomo della casata bolognese dei Pepoli e unite ai possedimenti che il padre Taddeo aveva ricevuto in cambio dei servigi resi a Firenze nella guerra contro Pisa. I Pepoli accrebbero col tempo la loro influenza nella zona e costruirono una propria residenza nel paese per meglio controllare la vasta proprietà. Nel 1478 Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna, acquisì molte terre nel Camugnanese, che poi concesse in enfiteusi ai precedenti proprietari. Dopo la cacciata dei Bentivoglio da Bologna, l’inizio del ‘500 vide la nascita delle contee: il governo pontificio destinò Monzuno e altre terre, tra cui Camugnano, ai Manzoli, mentre la contea di Bargi, insieme a Stagno, Suviana e Badi, venne assegnata ai Bargellini; quest’ultima venne abolita già intorno al 1530, mentre la prima contea fu revocata da Gregorio XIII nel 1575. I secoli XVII e XVIII videro il permanere del dominio pontificio, reso meno presente dal trasferimento del Capitanato a Vergato e dal prolungarsi delle dispute diplomatiche sui confini con il Granducato di Toscana e i Bardi della contea di Vernio, che si conclusero solo nel 1795 con una nuova apposizione di cippi confinari. Il passaggio delle truppe napoleoniche segnò un momento di particolare fermento, con sommosse contro le imposizioni francesi (tasse e leva obbligatoria); le agitazioni dovute alle condizioni di estrema povertà della zona si protrassero anche dopo la restaurazione pontificia, fino a che, con l’Unità d’Italia, le alte valli del Camugnanese furono riunite in un unico vasto territorio comunale che nel secolo successivo venne interessato da imponenti opere pubbliche.

Vita e mestieri dei secoli passati

L’economia della zona si è basata per secoli sulle pratiche tradizionali e le coltivazioni che il clima e le asperità del territorio montuoso consentivano. Le ricchezze maggiori sono sempre state l’allevamento del bestiame, lo sfruttamento dei boschi per la produzione di legname e carbone e la coltivazione del castagno, ancora oggi presente in formazioni quasi pure destinate alla produzione dei frutti o più di frequente ormai mescolato al faggio in boschi cedui. Le castagne, dopo l’essiccazione nei caratteristici seccatoi, venivano portate ai mulini mossi dalle acque dei torrenti Brasimone e Limentra, dove confluivano anche i pochi cereali raccolti. Pecore e mucche pascolavano nei pianori erbosi anche alle quote più alte, mentre ai maiali, il cui allevamento era stato incentivato dai Longobardi, erano riservate le aree prossime agli abitati e gli abbondanti frutti dei querceti. All’attività nei campi o nei boschi si affiancavano modeste attività artigianali come la lavorazione di lana e cotone e quella del legno, per produrre oggetti di uso domestico. Un qualche rilievo nell’economia delle valli ebbero le miniere della valle del Limentra di Treppio: una ferriera di proprietà dei bolognesi Volta rimase attiva tra ‘400 e ‘500 nei dintorni di Stagno, in località le Fabbriche, e in seguito fu venduta a una famiglia di Pistoia che costruì le cosiddette Fabbriche nuove in una posizione più a monte del torrente, in territorio toscano; l’attività decadde però nel secolo successivo lasciando traccia di sé solo nei toponimi. Assai rinomata, invece, grazie all’abilità della famiglia Acquafresca, fu la lavorazione del ferro e del bronzo per produrre armi, che tra i secoli XVII e XVIII ebbe a Bargi uno dei centri più importanti della montagna bolognese. I principali luoghi di scambi commerciali erano i mercati di Castiglione e Porretta, ma la scarsa rete viabile rendeva assai difficoltosi i trasporti. I boschi e le limitate attività artigianali non permettevano comunque a tutte le famiglie di assicurarsi di che vivere. In montagna i mesi invernali erano sempre i più difficili e alla tradizionale transumanza delle greggi verso le maremme toscane si aggiungevano le frequenti emigrazioni stagionali, che non di rado divenivano stabili, di lavoratori verso altre regioni o nazioni (boscaioli e carbonai sceglievano spesso la Corsica).

L’avvento delle grandi opere pubbliche

A partire dall’inizio del secolo XX questo settore dell’Appennino bolognese è stato sede di alcune grandi opere pubbliche che hanno portato a un nuovo assetto del territorio e a notevoli trasformazioni del paesaggio. Nel 1910 furono avviati i lavori per la costruzione di una diga nei pressi del mulino delle Scalere, dove la valle del Brasimone si restringeva e il torrente formava una suggestiva serie di salti. La diga venne utilizzata anche per il passaggio di una nuova strada che collegava Castiglione a Riola passando per Camugnano, consentendo di raggiungere la Porrettana e la ferrovia Bologna-Pistoia. La centrale idroelettrica collegata all’invaso del Brasimone fu costruita più a valle, nei pressi dell’antica chiesa di S. Maria, dove nel 1917 venne realizzata una seconda diga per aumentare la produzione. Dieci anni più tardi le Ferrovie dello Stato ultimarono la costruzione di un invaso a Pavana, nella vicina valle del Limentra di Sambuca, destinato a fornire energia per l’elettrificazione delle linea ferroviaria Porrettana e nel 1928 iniziarono i lavori di sbarramento del Limentra di Treppio ai Cinghi di Bargi e Suviana. La nuova diga, la più alta allora esistente in Italia (97 m), venne completata nel 1933 con ingente impiego di uomini e mezzi: per la sua realizzazione vennero costruite nuove strade e una teleferica di collegamento tra Suviana e la stazione di Porretta per il trasporto del cemento utilizzato per consolidare il materiale lapideo derivato dalla frantumazione della roccia recuperata in loco. Nel nuovo grande bacino vennero fatte confluire anche le acque di Pavana attraverso un condotto sotterraneo. A conclusione della stagione delle grandi opere idroelettriche è stato realizzato, all’inizio degli anni settanta, il collegamento tra i due bacini del Brasimone e di Suviana tramite condotte forzate e un impianto in grado sia di generare energia elettrica sia di pompare acqua verso il bacino superiore per continuare il ciclo produttivo. Negli anni sessanta era stata anche avviata la costruzione di un impianto sperimentale per la produzione di energia nucleare (denominato PEC) sulla riva meridionale del bacino del Brasimone. Il progetto è stato definitivamente abbandonato in seguito al referendum nazionale del 1987.

Flora e vegetazione

Querceti e castagneti

Risalendo dalle quote più basse del parco fino a 800-900 m di altitudine si incontrano boschi misti di latifoglie che danno vita a estese formazioni, soprattutto sui versanti settentrionali, dove le pendenze elevate e le condizioni climatiche più fresche e umide hanno in passato limitato i disboscamenti per far posto a prati e pascoli. Questi boschi, da sempre sfruttati dall’uomo, hanno sviluppo modesto, con numerose ceppaie ceduate e isolati alberi ad alto fusto di buone dimensioni; i tagli periodici dei polloni cresciuti dalle ceppaie consentivano in passato di ricavare in poco tempo il legname necessario al riscaldamento e alle altre attività quotidiane. Fra gli alberi prevalgono roverella, orniello e carpino nero, quest’ultimo dominante sui suoli poveri e nei boschi molto sfruttati; sui substrati argillosi la quercia più diffusa è invece il cerro. Le formazioni più ricche comprendono anche acero campestre, ciliegio selvatico, olmo campestre, sorbo domestico, ciavardello e maggiociondolo, e sono ben percepibili in autunno quando il fogliame di ogni specie si tinge di una particolare sfumatura di colore. Nel sottobosco crescono arbusti di biancospino, corniolo, berretta da prete, nocciolo, madreselva pelosa e liane come l’edera e il caprifoglio, dai fiori intensamente profumati; frequenti sono anche le basse macchie sempreverdi di laureola. In primavera, dopo le fioriture giallo-verdastre degli ellebori (Helleborus foetidus, H. odorus), sulla lettiera di foglie risaltano quelle colorate di viole, primula, polmonaria, erba trinità, mentre in estate spiccano Dactylorhiza maculata e le più rare Orchis mascula e Cephalanthera rubra, tre orchidee dalle belle infiorescenze rosate. In passato molti boschi misti del parco sono stati sostituiti da castagneti da frutto che hanno svolto un ruolo fondamentale nell’economia montana di un tempo; oggi queste formazioni sono in gran parte abbandonate o convertite in cedui e si presentano ricche di alberi e arbusti tipici dei boschi limitrofi. Nel parco, tuttavia, esistono ancora alcuni castagneti da frutto, come quello intorno a Poranceto, di aspetto molto suggestivo: esemplari ad alto fusto dai maestosi tronchi modellati in forme singolari ombreggiano un sottobosco ripulito periodicamente per agevolare la raccolta dei frutti, nel quale crescono radi arbusti e piante erbacee tra cui la comunissima felce aquilina, la ginestra dei carbonai e il brugo, caratteristiche di suoli acidi o a scarsa fertilità.

I boschi di faggio

Gran parte dei versanti montani sono rivestiti da boschi di faggio che risalgono fino alle cime più elevate. Nelle faggete delle quote più basse questa latifoglia si mescola ad alberi e arbusti tipici dei querceti sottostanti; sui substrati arenacei è facile incontrare boschi misti di faggio e castagno, derivati da vecchi castagneti da frutto abbandonati, nei quali si stanno gradualmente ripristinando condizioni più naturali. A partire dai 900 m di quota il faggio, favorito dal clima più fresco e dagli intensi tagli di ceduazione di un tempo, tende a formare boschi puri in cui solo di rado trovano posto altre specie arboree come acero di monte e sorbo montano. Fra gli arbusti compaiono il maggiociondolo alpino e il nocciolo, che lungo le sponde dei rii vegeta a fianco di salice rosso e salice ripaiolo. Nel corso della primavera e fino alla tarda estate nel sottobosco si susseguono le fioriture di numerose erbacee tipiche delle faggete appenniniche: anemone dei boschi, dentaria minore, geranio nodoso, acetosella, euforbia delle faggete, lattuga dei boschi, garofanino di montagna e Epipactis helleborine (un’orchidea dai fiori verdi sfumati di rosa). Più di rado si incontrano erba crociona, mercorella, pigamo colombino (Thalictrum aquilegifolium), aquilegia scura e sigillo di Salomone maggiore, i cui fusti inclinati d’estate nascondono bacche bluastre. A volte il sottobosco è molto povero e prevale l’erba lucciola (Luzula nivea), di aspetto simile a una graminacea, che segnala le formazioni più degradate. Le faggete più fresche ospitano anche diverse felci, tra cui i grandi cespi di felce maschio e felce femmina, le piccole fronde di Gymnocarpium dryopteris, la felce dolce e la rara lingua cervina, dalle belle foglie allungate e nastriformi.

Gli arbusteti e i rimboschimenti

I boschi del parco si alternano spesso a radure, in parte arbustate e in parte occupate da rimboschimenti, derivate da passati disboscamenti per ricavare dai terreni migliori prati, pascoli o, più di rado, seminativi. Solo vicino agli insediamenti abitati e nelle aree più facilmente raggiungibili rimangono praterie da sfalcio, spesso recintate, in cui è possibile incontrare al pascolo cavalli e muli ancora utilizzati per i lavori del bosco e dei campi. Gran parte delle radure prative sono state invece abbandonate e gradualmente ricolonizzate da una vegetazione pioniera che ha dato vita ad arbusteti più o meno fitti, in evoluzione verso formazioni più ricche e complesse. Dove il suolo è argilloso prevalgono rose selvatiche, ginepro, perastro, citiso, biancospino e prugnolo, spesso avvolti da rovo e vitalba. Su terreni di natura arenacea è invece diffusa una vegetazione pioniera adattata all’acidità del substrato dove domina la felce aquilina, le cui alte fronde nelle stazioni soleggiate e con suolo fresco formano estese e fitte praterie, accompagnata da brugo, ginestra dei carbonai e camedrio scorodonia (Teucrium scorodonia), una labiata a fiore giallo dall’odore molto intenso e acre. Nel territorio del parco si incontrano estesi rimboschimenti di conifere, generalmente monospecifici e coetanei, eseguiti sia per stabilizzare versanti con l’impianto di specie pioniere come pino nero e pino silvestre, sia per produrre legname da resinose pregiate come abete bianco, abete rosso e abete di Douglas; per consolidare pendici e scarpate viene impiegato anche l’ontano napoletano, una latifoglia originaria dell’Italia meridionale. Nei rimboschimenti adulti le ravvicinate chiome sempreverdi degli alberi oscurano la spessa lettiera di aghi sulla quale crescono isolati arbusti e poche erbacee che invece si accalcano ai margini degli impianti. Nei rimboschimenti giovani o più diradati il sottobosco vegeta invece rigoglioso e comprende piante acidofile provenienti dalle vicine radure e altre tipiche delle praterie aride come ononide spinosa, una leguminosa a fiore rosa, caglio zolfino e la rara genziana minore (Gentiana cruciata).

Le piante delle rupi

Gli ambienti rocciosi del parco, per quanto poco estesi, rivestono un grande interesse botanico poichè ospitano una vegetazione non influenzata dalle attività antropiche che hanno modellato gran parte del paesaggio vegetale. Isolati esemplari arborei dallo sviluppo stentato sottolineano le zone di affioramento roccioso in cui si accumula un sottile strato di suolo, mentre nei tratti rocciosi più scoperti e accidentati la povertà del substrato, la forte insolazione e la prolungata aridità consentono la crescita solo a pochi arbusti e piante erbacee. La roccia appare spesso colorata dai talli di licheni crostosi e fogliosi, vegetali primitivi capaci di preparare il substrato per piante più esigenti. Tra queste ultime prevalgono le specie xerofile, adatte ad ambienti asciutti e soleggiati, e vere e proprie piante rupicole, le cui belle fioriture ravvivano questi ambienti inospitali. Frequente è il brachipodio, una graminacea che forma spesso sugli affioramenti di roccia lembi di prateria, facendone risaltare le stratificazioni; lo accompagnano ononide spinosa, camedrio comune ed erica arborea, tutti arbusti a distribuzione mediterranea. Sulla roccia sono frequenti anche il profumato elicriso, il timo, la stellina purpurea (Asperula purpurea), l’eliantemo maggiore e varie borracine (Sedum spp.), piccole piante grasse che hanno sviluppato tessuti succulenti per adattarsi all’aridità dell’ambiente. Gli affioramenti rocciosi del parco custodiscono anche piccole piante rupicole ritenute rare in ambito regionale: la sassifraga alpina (Saxifraga paniculata), dalle inconfondibili rosette di foglie coriacee bordate di bianche secrezioni calcaree e il semprevivo ragnateloso (Sempervivum arachnoideum), le cui rosette di foglie succulente sono rivestite da un feltro di peli simile a una ragnatela.

Fauna

Il cervo e gli altri mammiferi

Tra i mammiferi la specie più rappresentativa è senza dubbio il cervo, tornato ad abitare queste montagne da alcuni decenni.
Gli esemplari osservabili nel parco derivano dai pochi cervi liberati dal Corpo Forestale dello Stato nel 1958 e nel 1965 nell’alto Pistoiese, all’interno della foresta demaniale dell’Acquerino. Si tratta di una popolazione di ottima qualità, con maschi di grande taglia dotati di palchi ben ramificati. Il territorio del parco rappresenta la porzione principale dei quartieri degli amori del cervo sul versante emiliano dell’areale di distribuzione: qui dall’inizio dell’autunno, per alcune settimane, si riuniscono una parte rilevante dei riproduttori, percorrendo anche distanze considerevoli. Piuttosto comune è un altro ungulato, il cinghiale, che lascia quasi ovunque le inconfondibili tracce del suo passaggio: scavi sul suolo (“grufolate”) e i sentieri (“trottoi”), bagni di fango (“insogli”). Più raro ed elusivo è il capriolo, qui legato soprattutto ai cespuglieti e ai cedui fitti, dove bruca gemme e tenere foglie. Il daino, una specie estranea alla fauna originaria, è avvistabile con una certa facilità solo nella fascia più periferica del parco. Degna di nota è la comparsa sporadica del lupo, tornato ad abitare l’Appennino settentrionale solo dagli anni ’80 e irregolarmente richiamato nel territorio del parco dalla presenza di buone densità di ungulati selvatici. Altri carnivori sicuramente presenti sono volpe, tasso, faina e donnola. Tra i micromammiferi terrestri non mancano roditori come scoiattolo, ghiro, moscardino, topo selvatico e arvicola rossastra e insettivori come talpa e crocidura minore (un piccolo toporagno). Nelle aree aperte, con un po’ di fortuna, si può osservare la lepre. Agli inizi degli anni ‘90 ha fatto la sua comparsa una specie piuttosto insolita, l’istrice, un roditore a prevalente diffusione africana ma presente anche in Italia centro-meridionale e in netta espansione verso nord negli ultimi decenni. Grotte e vecchi castagni ospitano, infine, alcune importanti specie di chirotteri, animali rari e particolarmente bisognosi di tutela.

Gli uccelli dei boschi e dei cespuglieti

Nel territorio del parco, oltre alla maggior parte delle specie del basso e medio Appennino, sono presenti, soprattutto durante le migrazioni, anche uccelli tipici delle zone umide: cormorani, gabbiani comuni e reali, svassi maggiori e anatre come il germano reale trovano, infatti, soprattutto nel lago di Suviana, un luogo di alimentazione e sosta durante il superamento dell’Appennino; nel medesimo lago è facilmente osservabile, e probabilmente nidificante, il martin pescatore. Altre specie osservabili intorno ai due bacini e lungo i principali corsi d’acqua sono la ballerina gialla (poco diffusa), la ballerina bianca (visibile invece anche nei centri abitati) e il merlo acquaiolo (abbastanza frequente soprattutto sulle sponde del Limentra). Tra i rapaci, oltre a specie come gheppio, poiana, sparviero, e allocco, è da segnalare la nidificazione regolare del falco pecchiaiolo. Come in altre zone dell’Appennino settentrionale l’ aquila reale, per quanto non nidificante, è di comparsa più o meno regolare con individui immaturi. Tra le specie di maggiore interesse spiccano codirosso, pigliamosche, picchio muratore, torcicollo, rampichino, picchio rosso maggiore e picchio verde, tutti localizzati nelle poche zone con castagneti maturi che offrono cavità per la nidificazione. Particolarmente diffuse e numerose sono invece le specie legate ai boschi cedui, tra le quali spiccano il colombaccio, molto raro come nidificante in Emilia-Romagna, e la bigia grossa, segnalata sino agli inizi degli anni ’90 (mancano tuttavia segnalazioni recenti). Molto abbondanti sono la tortora, soprattutto nei boschi giovani di querce, e il succiacapre, che durante la notte caccia insetti in volo su prati e cespuglieti radi. L’espansione dei cespuglieti, in seguito all’abbandono di seminativi e pascoli, ha favorito specie tipiche di questi ambienti come zigolo nero, sterpazzola, sterpazzolina e, quando i cespuglieti si trasformano in boscaglie, prispolone, canapino e lu’ bianco. Nelle praterie rimaste, oltre alla comune allodola, sono presenti l’affine tottavilla e la quaglia, una specie difficile da osservare allo scoperto ma della quale è facile udire il monotono canto del maschio.

Anfibi, rettili e altre presenze

Tra gli anfibi del parco spicca la salamandra pezzata, dalla brillante livrea gialla e nera, una specie rara e localizzata lungo il crinale appenninico che frequenta i boschi di faggio solcati dai limpidi ruscelli montani (dove in estate si sviluppano le sue larve). Del tutto terricolo è anche il geotritone, privo di polmoni e strettamente legato agli umidi ambienti del suolo, nelle cui cavità depone le uova e trova riparo nei periodi caldi e siccitosi; nel parco è diffuso soprattutto nelle zone boscose caratterizzate da affioramenti rocciosi intensamente stratificati e fessurati. Gli altri urodeli osservabili nel parco sono i tritoni crestato, punteggiato e alpestre, che abitano pozze, abbeveratoi e piccole raccolte d’acqua anche temporanee. Tra gli anuri sono presenti la rana italica, tipica abitatrice di torrenti e ruscelli appenninici, e la rana agile, che frequenta di preferenza boschi e prati e depone le sue grosse ovature in raccolte d’acqua stagnante, dove vive abitualmente anche la rana verde. Ancora meno dipendenti dall’acqua sono il rospo comune e l’arboricola raganella, diffusi in tutta la fascia collinare e in pianura. Tra i rettili, amanti in genere degli habitat ben soleggiati, ricchi di vegetazione e poco disturbati dall’uomo, sono presenti tutte le specie tipiche della fascia alto collinare e montana. I sauri più facili da osservare sono lucertola muraiola e ramarro, mentre decisamente più elusivo è l’orbettino. L’agile e battagliero biacco, dalla colorazione giallo-nera, e la biscia o natrice dal collare sono gli ofidi più frequenti. Meno facili da scorgere sono il colubro di Esculapio, dalla livrea giallo-olivastra, e la vipera comune; quest’ultima specie, l’unica a rappresentare un pericolo per l’uomo, è ben riconoscibile per le movenze più lente, il corpo breve e tozzo e l’aspetto squadrato del muso. Tra i pesci la presenza più tipica nei torrenti del parco è la trota fario, un salmonide perfettamente adattato alle fredde e ben ossigenate acque montane, ma soprattutto alle quote più basse sono presenti specie di minori dimensioni come vairone e ghiozzo. Alcuni ruscelli ospitano ancora consistenti popolazioni di gambero di fiume, un crostaceo indicatore di acque incontaminate che negli ultimi decenni è andato via via scomparendo in molti corsi d’acqua appenninici.

Carta d’identità

Superficie a terra (ha): 3.329,89
Regioni: Emilia Romagna
Province: Bologna
Comuni: Camugnano, Castel di Casio, Castiglione dei Pepoli
Provv.ti istitutivi: LR 38 14/04/1995
Elenco Ufficiale AP: EUAP0961
Ente Gestore: Ente di gestione per i Parchi e la Biodiversità – Emilia Orientale
Piano territoriale del Parco

Mappa