PARCO DEL CORNO ALLE SCALE

punti di interesse

Alpe di Rocca Corneta

Sulle dolci pendici occidentali del Corno, oggi utilizzate per gli sport invernali e un tempo note come Alpe di Rocca Corneta, per secoli hanno pascolato greggi di pecore e cavalli bradi. La riduzione del pascolo ha favorito in tempi recenti la ricostituzione di porzione della brughiera a mirtillo, che rappresenta la vegetazione spontanea del parco oltre il limite del bosco. Queste brughiere, dette anche vaccinieti dal nome scientifico delle due specie principali, il mirtillo nero (Vaccinium mirtillus) e il falso mirtillo (Vaccinium gaultherioides), sono chiamate baggioledi dai locali (le baggiole sono i frutti dei mirtilli).

I prati di Budiara

Si raggiungono quasi al termine della strada che sale da Vidiciatico erano un tempo importanti aree di pascolo per il bestiame domestico, conosciute con il nome di Alpe di Budiara. All’epoca del disgelo i prati di Budiara si ricoprono delle splendide e diffuse fioriture di zafferano alpino, alle quali seguono all’inizio dell’estate quelle spettacolari dell’asfodelo montano, le cui candide e alte spighe richiamano numerosi insetti pronubi; in autunno sono invece i fiori del colchico a punteggiare di macchie violette il manto erboso. Attorno alla estesa radura si incontrano noccioli, carpini neri e faggi, e spiccano diversi notevoli esemplari di frassino maggiore; nel sottobosco si osservano il raro sigillo di Salomone verticillato e le bianche fioriture del campanellino. I caprioli e i cinghiali che abitano i boschi circostanti, al mattino e al tramonto si spingono all’aperto per cibarsi di erbe tenere o cercare bulbi sotto alla cotica erbosa.

Il Torrente e le cascate del Dardagna

Il torrente ha origine nell’ampia conca, modellata in parte da antichi ghiacciai, che si approfondisce tra il Corno alle Scale e il monte Spigolino, dove i diversi rami d’acqua attraversano ondulati pendii erbosi per riunirsi poco a monte delle cascate, dando vita a un corso d’acqua copioso che precipita nel folto della faggeta. La presenza delle cascate è legata a più fattori, tra i quali particolare importanza riveste il forte dislivello esistente tra la conca sommitale e le zone vallive intermedie: dal ciglio della cascata più alta alla pozza terminale le acque superano un dislivello complessivo di oltre 100 m. Nella successione delle cascate è ben visibile la presenza di spessi strati arenacei che, più resistenti all’incessante azione erosiva delle acque correnti rispetto agli strati più sottili o a quelli di origine marnosa, formano una sorta di soglia più tenace a cui si deve la struttura a gradinata dei salti d’acqua. L’erosione torrentizia, che opera vivacemente lungo il fondovalle, ha creato morfologie particolarmente aspre lungo tutto il corso del Dardagna e il torrente, oltrepassate le cascate, prosegue la sua corsa impetuosa in un greto mosso da innumerevoli cascatelle e pozze. Nelle ripide e imponenti pareti arenacee dei monti della Riva affiora la trama degli strati arenacei, ritmicamente alternati a quelli marnosi, che caratterizza queste montagne. Fuori dai confini del parco, superato all’altezza di Rocca Corneta il monte Capel Buso, il Dardagna piega verso ovest terminando il suo corso nel torrente Leo, affluente del Panaro, a sua volta tributario del Po.

Le cascate e la valle del Dardagna sono tra i luoghi tra i più belli e caratteristici del parco: immerse nei boschi di faggio, ospitano numerose specie erbacee e fungine rare e una fauna rappresentativa della montagna appenninica. Il primo salto è facilmente raggiungibile da Madonna dell’Acero lungo un sentiero che si sviluppa in gran parte su una strada forestale. Un sentiero con gradini e staccionate di protezione consente di salire i diversi salti ammirandone da vicino lo spettacolare sviluppo. Intorno vegeta un bosco fresco con salici e belle fioriture di maggiociondoli; tra i massi che ingombrano il greto crescono rigogliose le grandi foglie dei farfaracci, il cerfoglio selvatico, un’alta erba con ombrelle di piccoli fiori rosati, e altre erbe caratteristiche dei luoghi umidi.

Il Cavone

Laghetto del Cavone. Il piccolo invaso artificiale raccoglie le acque del rio Piano, provenienti dal circo glaciale del Cavone. Intorno al laghetto si sviluppa la faggeta, nella quale sono allestite varie aree di sosta; tra i faggi compaiono esemplari di sorbo degli uccellatori, facilmente riconoscibili in estate per i vistosi gruppi di frutti rosso aranciati; nella zona dell’immissario crescono salici e erbe caratteristiche dei luoghi umidi come farfaracci e cerfoglio selvatico. D’inverno la superficie del lago è spesso ricoperta di ghiaccio e neve, mentre in primavera nelle sue acque è possibile scorgere le caratteristiche ovature gelatinose di rana temporaria, un anfibio dalla colorazione rossastra che abita gli ambienti umidi oltre i 1000 m di quota.

Il circo glaciale del Cavone è l’esempio più chiaramente percepibile delle morfologie glaciali presenti nel parco. Il circo venne modellato durante il Wurm, l’ultimo periodo glaciale del Quaternario (tra 70.000 e 10.000 anni fa), da un ghiacciaio sviluppato tra il Corno e la Nuda, la cui azione erosiva agì a lungo sino a creare un pronunciato catino. Il circo del Cavone rappresenta una forma relitta: nelle attuali condizioni climatiche, cioè, tende lentissimamente a perdere la sua tipica conformazione e, come altre forme ereditate da periodi precedenti della storia geomorfologica, è meritevole di particolare tutela. Sul fondo del circo sgorga l’omonima sorgente, le cui acque, dopo aver formato il rio Piano, sostano nel laghetto artificiale a lato del rifugio, prima di proseguire la loro corsa verso il Dardagna.

Corno alle Scale

Punta Sofia (1939 m), sormontata da una grande croce metallica, è la più settentrionale delle cime del Corno; le altre due cime, Corno alle Scale (1944 m) e Punta Giorgina (1927 m), si raggiungono senza fatica seguendo la linea di crinale. Verso est il versante scende ripido, disegnato dalle tipiche stratificazioni arenacee (le cosiddette “scale” del Corno), intersecate quasi ortogonalmente dagli stretti solchi che scendono lungo le linee di massima pendenza; questi solchi sono i primi elementi del reticolo idrografico che, ai piedi del Corno, raccoglie le acque verso il fondovalle, compiendo in breve, dalla cima alla zona di Segavecchia, un dislivello di quasi 1000 m. Il sentiero che raggiunge la cima del Corno attraverso i Balzi dell’Ora in estate consente di avvicinare le splendide fioriture di rare specie rupicole, che in questa zona si trovano invece particolarmente concentrate. Fra le tante risaltano, per le discrete dimensioni, l’aquilegia alpina e la genziana purpurea; di taglia più ridotta sono astro alpino, pulsatilla alpina e primula orecchia d’orso, i cui fiori gialli si alzano da una rosetta di foglie carnose colorando le cenge più inaccessibili.

La Nuda

Il monte La Nuda si eleva a nord del Corno alle Scale, separato da quest’ultimo dal passo del Vallone. Sulla sua vetta, libera dal bosco, si estendono vaccinieti e praterie sassose che ospitano rare fioriture di specie rupicole. Dalla cima del monte il panorama spazia su gran parte del territorio del parco, fronteggiando la spettacolare parete orientale del Corno e tutto l’arco di montagne che formano la testata di valle del Silla. Più lontano, verso occidente, le belle pareti dei monti della Riva, con il cardine iniziale del monte Spigolino, appaiono dominate dal retrostante monte Cimone. Verso nord, tra i profili tondeggianti delle colline che digradano verso la pianura, risaltano le caratteristiche sagome del monte Vigese e di Montovolo.

Madonna dell’Acero

Prima della costruzione dell’odierna strada asfaltata il santuario cinquecentesco si trovava immerso nei boschi lungo la via che saliva ai pascoli alti e allo Strofinatoio; il luogo sacro richiamava pastori e boscaioli, ma anche numerosi pellegrini che giungevano dalle valli vicine per venerare la Vergine dell’Acero, la cui fama di dispensatrice di miracoli era assai diffusa, come testimoniano i molti ex voto conservati all’interno della chiesa.

Monte Cornaccio

Monte Cornaccio. Sulle pendici del monte vegeta la brughiera a mirtilli frammentandosi a tratti in chiazze che si alternano alla prateria oppure interrotta dal tracciato delle piste da sci. L’estensione del vaccinieto è più evidente in autunno, quando le foglie del mirtillo nero arrossano ampi settori della conca. La neve si trattiene a lungo nei punti più esposti ai venti freddi, mentre le lingue di detriti che discendono il versante presentano una scarsa copertura vegetale, per lo più formata dal lichene delle renne e da specie erbacee provenienti dalla brughiera a mirtilli, come la ventaglina, che tentano di colonizzare questi suoli instabili. Nei vaccinieti è possibile avvistare il merlo dal collare e la passera scopaiola, due uccelli alpini tipici di questi ambienti, che sono presenti in maniera più sporadica anche nell’Appennino.

Monte Pizzo

Monte Pizzo è l’ultima propaggine della lunga dorsale che dal crinale principale, in corrispondenza del passo dello Strofinatoio, si sviluppa verso nord comprendendo il Corno alle Scale, La Nuda, il monte Grande e Le Tese. Il monte, dove si trova l’arrivo della seggiovia (non più in funzione), un tempo era noto come Pizzo delle Tese, ma in seguito il nome finì con l’essere abbreviato. Il versante che sovrasta l’abitato di Lizzano in Belvedere, esposto a nord, scende a tratti in maniera repentina ed è in gran parte rivestito da boschi misti che per secoli hanno rappresentato la principale fonte di approvvigionamento per gli abitanti della comunità. Il loro aspetto rivela il tipo di governo, al quale sono stati soggetti per un lungo periodo. Ampie porzioni si presentano come boschi cedui, nei quali venivano eseguiti periodici tagli per ricavare pali o legna da ardere, approfittando della capacità di alcune specie arboree, come faggio, carpino nero o castagno, di ricacciare dal ceppo residuo numerosi nuovi rami (i polloni). In seguito alle profonde trasformazioni economiche e sociali avvenute negli ultimi decenni, molti cedui sono oggi in stato di abbandono e vengono gradualmente ricolonizzati da varie specie spontanee, formando boschi misti dall’aspetto più vario e dal sottobosco più ricco. In molte situazioni anche gli interventi forestali odierni tendono a favorire la presenza di boschi più maturi e vicini a condizioni di maggiore naturalità, con esemplari di notevoli dimensioni in grado di fornire legname di pregio; questo risultato viene accelerato anche mediante interventi di conversione del bosco ceduo in bosco ad alto fusto. Grande rilevanza nel paesaggio hanno anche i piccoli castagneti distribuiti sulle pendici del monte, un tempo molto importanti per l’economia familiare; oggi sono in parziale abbandono e stanno lentamente trasformandosi in boschi misti di latifoglie. Presso la cima del monte una scalinata fiancheggiata da sempreverdi e faggi sale a un piccolo oratorio in sasso. L’edificio sacro, da poco restaurato, è dedicato a S. Gualberto, protettore dei forestali. I piccoli oratori sono un prezioso elemento che caratterizza l’architettura della montagna bolognese; begli esempi si possono incontrare a Vidiciatico, La Cà e in molte frazioni e nuclei di case ai confini del parco, come Cà Gianinoni o Cà Berna (nei pressi di Madonna dell’Acero).

Monti della Riva

La spettacolare dorsale dei monti della Riva che segna per un lungo tratto il confine tra i parchi regionali del Corno alle Scale e dell’Alto Appennino Modenese, è stata per secoli una zona di confine, teatro di continue dispute e azioni militari. Oggi, dopo tante controversie, il bel contrafforte montuoso è diventato finalmente un luogo di pace, meta di piacevoli escursioni che offrono numerosi motivi di interesse geologico e naturalistico e notevoli scorci panoramici.

Passo dei Tre Termini

Per il valico, un tempo noto come passo della Calanca, transitava una delle più frequentate vie di epoca medievale; l’odierno toponimo entrò in uso alla fine del ‘700, quando il passo divenne punto di contatto tra i territori dello Stato Pontificio, degli Estensi e dei granduchi di Toscana. Il valico è rimarcato da un bel cippo confinario in arenaria, sul quale si intuiscono ancora le iscrizioni relative all’anno di collocazione e ai confini settecenteschi. Nei pressi del valico prevalgono gli affioramenti rocciosi, mentre nella prateria spiccano i fiori di colore azzurro intenso di genziana primaticcia, quelli gialli di cariofillata montana e i fusti spinosi dei cardi.

Passo del Cancellino

Spesso nascosto tra grandi nuvole che risalgono dalla Toscana, il valico, marcato da un altro cippo confinario, era un tempo chiamato dei Mandromini, perché delimitava i pascoli degli allevamenti dei Granduchi che avevano sede più a valle. Dal passo si ha ancora una nuova prospettiva delle “scale” del Corno e si può apprezzare lo sviluppo della dorsale che continua verso nord nella Nuda e nelle altre cime che delimitano a ovest l’alta valle del Silla. Nella rada prateria, punteggiata dalle fioriture di viola con sperone, ventaglina e altre erbe montane, si possono incontrare tracce di cinghiale e lupo.

Poggiolforato

Il toponimo di Poggiolforato ( significa “monte forato”), insieme a una lapide posta nell’abitato e a poche tracce sparse sul territorio, è quanto rimane a testimonianza di una audace opera idraulica, la cui descrizione è pervenuta attraverso documenti storici del senato bolognese. L’ingegnosa opera, progettata da Andrea da Savignano alla fine del ‘200, consisteva in un canale artificiale, scavato in parte sul fianco della montagna, che doveva servire a condurre le acque del Dardagna nel Silla per favorire il trasporto del legname verso Bologna. Il cosiddetto canale naviglio del Belvedere venne realizzato all’inizio del ‘300, ma non si hanno precise notizie sul suo reale funzionamento. A Poggiolforato ha sede il Museo Etnografico “Giovanni Carpani”, dedicato alla vita quotidiana e ai mestieri delle popolazioni di queste montagne; la struttura museale, gestita dal parco, è ospitata nella ex scuola proprio all’inizio del paese, mentre in una porzione del vicino edificio storico delle Catinelle si può ammirare una bella ricostruzione degli arredi di una tipica casa montanara.

 

La Sboccata dei Bagnadori

La sella, circondata da estesi rimboschimenti di conifere e dominata da un grande faggio, è un punto di incrocio di diversi percorsi. L’antica sterrata che la attraversa, proveniente da Segavecchia e diretta a Pian d’Ivo, è nota anche come via dei Signori, forse a ricordo dei forestieri che nel medioevo la percorrevano per raggiungere la Toscana. A valle della strada sorge una fontana con più bocche sostenute da una massicciata in pietra; le acque creano una zona di impaludamento con equiseti, carici e giunchi che precede un rimboschimento con abeti bianchi. Un poco discosto sorge il rifugio forestale, dotato di locali sempre aperti utilizzabili come bivacco e di altri disponibili in autogestione. Nella faggeta circostante si possono osservare grandi aceri di monte, frassini maggiori e, nei punti più umidi, esemplari di sambuco rosso e ontano bianco.