Franco Leoni

Franco Leoni nel settembre del 1944, all’età di cinque anni e sette mesi, abita a Ca’ del Piede, in una casa colonica situata tra San Martino e La Quercia. Nella strage di Marzabotto perde 12 famigliari, tra cui il padre e la madre.

“Mio padre era a casa in licenza e dopo l’8 settembre 1943 non si era più presentato, il fratello più grande, Anselmo, invece non aveva aderito alla repubblica di Salò ed era stato estradato in Germania e non è più tornato (…). Avevamo costruito un rifugio (…) ci riparavamo dalle bombe che arrivavano sia dagli americani che avevamo a 20 km che dai tedeschi. (…) La mattina del 29 settembre si cominciarono a vedere a fondo valle alcune case bruciare e si sentivano molti colpi di mitragliatrice e bombe scoppiare. La nostra famiglia decise di andare insieme a tutti gli altri al rifugio scavato lungo il fosso, esclusi gli uomini che si nascosero nel bosco.

I primi tedeschi, verso le 7 ½, sono arrivati nella casa della famiglia di mia mamma, dei nonni materni (famiglia Sassi a Prunaro di sotto), ed erano accompagnati da un italiano, che parlava il nostro dialetto, l’ho rivisto dopo e l’ho riconosciuto da un dente d’oro che luccicava in bocca. Lì uccisero la nonna, la zia e due cuginette di tre e cinque anni. Quel giorno, era già pomeriggio, mia madre, che era incinta ed era prossima all’evento, cominciò ad avere le doglie e non poteva materialmente partorire in mezzo alla gente. Allora abbiamo deciso con mia nonna e mia mamma di andare verso casa per trovare un posto per poter partorire. Quando siamo arrivati a casa, c’erano circa 200 metri, la stalla era tutta in fiamme, bruciava col fienile e la casa aveva cominciato a prendere fuoco, quindi fermarsi non era possibile, mia nonna ha cercato di racimolare quello che c’era di utile poi siamo tornati verso il rifugio. Abbiamo fatto circa 150 metri, sul promontorio di Ca’ del Piede c’era una pattuglia di tedeschi di sette/otto soldati che ci hanno visto e hanno incominciato a mitragliarci. Mia mamma non stava più in piedi perché era proprio arrivata al limite, la sosteneva mia nonna, quindi ci siamo inoltrati nel bosco per ripararci ma le pallottole ci fischiavano intorno, non eravamo riparati, eravamo in linea diretta, l’unica cosa che c’era, era un pagliaio a una decina di metri. Abbiamo provato a buttarci dietro a questo pagliaio come salvezza, ma come ci siamo buttati mia nonna (Amalia Bondioli) ha preso subito una pallottola in fronte ed è rimasta sulla stradina, mia mamma ed io ci siamo arrivati, però la paglia è paglia e non ripara dal piombo e io mi sono preso due pallottole una nella schiena e una nella pancia. Mia mamma che era proprio agli estremi s’è presa una pallottola nel ventre (…) Ho nelle orecchie le sue urla strazianti, che non sembravano nemmeno provenire da un essere umano. (…) Nonostante questo ebbe il coraggio di tenermi per mano, parlarmi e consolarmi (…). Sono stato lì fino a sera, quando è incominciato il buio sono venuti a prendermi, mi hanno portato nel rifugio, mi hanno messo lì su una fascina con una coperta e hanno cercato di medicarmi, di pulire le ferite. Ero in uno stato di torpore e di incoscienza ma avevo sentito che avevano già seppellito la nonna e mia madre nella radura del bosco avvolte in un lenzuolo e poco distante avevano già fatto una buca anche per me, perché pensavano che me ne sarei andato. Poi ad un certo momento ho sentito mio padre che era uscito dal bosco ed era venuto a vedere che cosa era successo e lo sentivo piangere perché purtroppo aveva perso tutto e diceva “Mi faccio prendere anch’io così la faccio finita e chiuso”.

Infatti il giorno dopo hanno visto che l’hanno preso i tedeschi, lui e un suo amico Augusto, il fabbro della Quercia, li hanno presi e li hanno tenuti 2 o 3 giorni per portare le munizioni poi sul greto di un torrente, di un fosso li hanno fucilati. Noi li abbiamo ritrovati un anno dopo, nel ’45, in un’ansa del ruscello, impigliati negli alberi, li abbiamo riconosciuti da qualche documento, io mi ricordo di mio babbo una penna stilografica spaccata in due da una pallottola, questa penna per ricordo di mio padre l’ho tenuta con me per tanto tempo”.

Franco viene curato e lentamente si riprende fisicamente, si salva una seconda volta insieme ad altri in località Serana grazie all’intermediazione di una donna. Vive un dopoguerra di miseria e tensioni familiari a causa della violenza di una zia, anch’essa sopravvissuta alla strage, e della durezza della vita in orfanotrofio, dove viene inviato in seguito ad un breve soggiorno sereno da alcuni altri parenti. Accolto da una facoltosa donna marchigiana, che adotterà lui e il fratello in punto di morte, si vede espropriare ogni bene dai tutori, rispetto ai quali riuscirà solo in parte a rivalersi divenuto maggiorenne. Troverà poi la serenità nell’amore della famiglia trasferendosi a Rimini, dove vive tuttora. Dopo anni di odio e di rancore è arrivato a capire che “con l’odio ho convissuto anche troppo, però vivere con l’odio non è vita, è una parvenza di vita. No, l’odio non aveva più senso, senza perdono non aveva senso la vita. Cominciai un percorso interno di perdono e riconciliazione con il mio passato. Incominciai a vivere.”

Presso S. Martino parte un sentiero dedicato alla madre di Franco, Maria Martina Sassi. Il punto è indicato da un cartello con la poesia che Franco le ha dedicato.

Scheda elaborata da Bruno Sidoli, guida volontaria del Parco Storico di Monte Sole-Ente Parchi Emilia Orientale.

Fonti

https://www.anvcgrimini.it/franco-leoni/
http://www.smtvsanmarino.sm/video/programmi/carte-scoperte/carte-scoperte-puntata-31-gennaio-2018-31-01-2018
https:www.neswrimini.it/2018/02/franco-leoni-lautizi-la- tragedia-e-il-perdono

 

Anna Rosa Nannetti (a cura), 1944 Dal buio, la luce. La vita dopo gli eccidi - Marzabotto 2011.
Associazione dei Familiari delle Vittime degli eccidi nazifascisti dei Comuni di Marzabotto, Grizzana
e Monzuno e territori limitrofi, 2011;

 

Colloqui con Bruno Sidoli