Cenni di storia del territorio

Le prime testimonianze di insediamento o frequentazione dell’area risalgono al Neolitico (VIII millennio a.C) e al Eneolitico (età del rame, IV-III millennio a.C.). Reperti indicano la presenza umana nella successiva eta del Bronzo (III-I millennio a.C.) e in epoca villanoviana (dal IX Secolo a. C.), in particolare, in area parco, nella località osteria Leona, a Sperticano e sul pianoro di Misano, sito della successiva età etrusca.

L’impulso al popolamento della parte bassa delle valli del Reno e del Setta è con ogni probabilità ricollegabile alla sua vicinanza a due importanti vie di collegamento tra l’Emilia e la Toscana, frequentate sin dall’antichità: l’itinerario della dorsale Setta-Savena, che da Bologna saliva verso monte Adone, transitando per Monzuno, monte Venere, Madonna dei Fornelli e monte Bastione, per raggiungere la Futa allo Stale, e l’itinerario della valle del Reno che da Bologna passava per Casalecchio di Reno, Sasso Marconi, Marzabotto e si articolava poi in una serie di percorsi di crinale o a mezza costa che portavano a Pistoia.

 

L’insediamento etrusco di Pian di Misano
Sorto all’inizio del secolo VI a.C, questo insediamento si estendeva su un terrazzo fluviale alle porte dell’odierno abitato di Marzabotto, che era anche l’ultima area pianeggiante di una certa ampiezza prima dell’Appennino. Nell’ambito dei fiorenti commerci etruschi la città era situata in posizione strategica tra il centro Italia, l’Europa continentale, la Pianura Padana e il porto adriatico di Spina, dal quale salpavano le navi etrusche dirette ai mercati greci, e fu un importante centro di lavorazione dei metalli e della ceramica. L’altura di Misanello ospitava gli edifici di culto dell’acropoli, mentre le due vicine necropoli rappresentavano i luoghi di sepoltura; accanto la città vera e propria, a pianta ortogonale, costituita da case, strade, officine, botteghe e fornaci.

 

I celti e i romani
L’insediamento decadde progressivamente dal IV secolo sotto la spinta delle invasioni celtiche. I Galli non si adattarono alla struttura urbanistica organizzata dagli Etruschi e preferirono mantenere il loro modello per villaggi, con la progressiva decadenza di tutta la valle del Reno.
Tale abbandono continuò anche in epoca romana, quando le principali vie del commercio si spostarono nelle valli più orientali. Insediamenti romani si ebbero almeno dai decenni centrali del secolo I a.C, es.nel tratto medio della valle del Reno nella località Fontana, e nei pressi della città etrusca di Marzabotto, dove sono state rinvenute tracce di una villa rustica di consistenti dimensioni; ritrovamenti minori sono emersi a Pian di Venola e lungo la Valle del Setta in località Osteria Leona e Canova di Ignano.
La tendenza allo spopolamento dell’area iniziò ad invertirsi solo alla fine del I secolo a.C., quando nei pressi della confluenza tra Setta e Reno si registrò un forte incremento demografico legato alla costruzione dell’acquedotto. Databile intorno al 15 a.C., l’acquedotto romano è tuttora in funzione, dopo il recupero ottocentesco, e continua a servire acqua a Bologna.
Successivamente, la zona conobbe, come molte aree dell’Italia settentrionale, il transito o lo stanziamento di numerosi eserciti, in particolare alla fine del secolo IV d.C., con pesanti conseguenze in termini di esazione fiscale, carestie e pestilenze. La guerra che vide fronteggiarsi Goti e Bizantini ebbe pesanti conseguenze sull’assetto economico e sociale della zona. Attorno alla metà del VI secolo d.C. la montagna bolognese orientale passò sotto il dominio bizantino e nel secolo VIII d.C. sotto quello longobardo. Con l’avvento dei Franchi, infine, i territori furono ceduti da Carlo Magno al Papato.

 

Il medioevo
Nella montagna i primi comuni rurali sorsero dalla metà del secolo XII. Alla testa di ciascuno di essi era l’assemblea dei capifamiglia contribuenti, alla quale spettava prendere decisioni riguardo la gestione del territorio e della popolazione.
Tra i secoli XII e XIII la zona era comunque controllata dal comune di Bologna tramite due magistrature: le podesterie, sostituite a metà del ‘300 dai vicariati (controllava l’area dell’attuale parco quello di Caprara sopra Panico), e il capitanato della montagna, con competenze di ordine pubblico e autorità morale, religiosa, civile, economica. Dal ‘400 questa magistratura ebbe sede a Vergato.
Protagonisti della storia medievale di questo territorio furono i signori di Monzuno, che possedevano beni e diritti su varie comunità, tra cui Elle e Grizzana, ma soprattutto i potenti conti di Panico, il cui castello, documentato dal 1116, sorgeva su un’altura dell’omonima località, in posizione dominante su un’ansa del Reno. I Panico controllavano un articolato sistema difensivo che comprendeva in particolare la casa torre di Albareda, una delle rarissime costruzioni duecentesche sopravvissute pressoché intatte, l’insediamento di Casola, il castello di Caprara, Castelvecchio, le torri di Torre Lame, Casigno e Carviano e il nucleo fortificato delle Murazze, di recente identificato come la Rocca delle Bedolete dei conti di Panico, che conserva tracce dell’antica cinta muraria e alcune abitazioni in sasso dominate da una torre duecentesca.
Ghibellini implacabili, si scontrarono violentemente con il nascente comune di Bologna e compirono ricorrenti devastazioni nella montagna bolognese; solo sul finire del ‘300 Bologna riuscì a estendere definitivamente il suo controllo su questo territorio, quando la famiglia dei Panico era ormai decaduta e disgregata.
Un ruolo importante nel medioevo ebbero le pievi, che rappresentavano il luogo di sepoltura dei fedeli e, sotto la guida di un sacerdote (il pievano) e dei suoi aiutanti, amministravano il territorio. Quello dell’attuale parco in particolare era gestito dalle pievi di Panico, Sambro e Calvenzano, con preminenza territoriale della prima, dedicata a San Lorenzo. Essa sorgeva proprio di fronte all’antico castello dei Panico e aveva giurisdizione su tutto il crinale; è attualmente uno dei più rappresentativi esempi di architettura romanica dell’Appennino.
Nel medioevo la popolazione della zona viveva essenzialmente della coltivazione dei cereali e di allevamento, in particolare ovino. Erano diffusi l’allevamento del baco da seta e delle api. Gli artigiani più comuni della montagna erano fabbri, sarti, calzolai, barbieri, edili, lavoranti in legno, fabbricanti di selle. Le manifatture erano poche e rudimentali.
Un po’ ovunque su queste montagne sorsero case sparse e piccoli borghi, preferendo la popolazione insediarsi nelle aree di crinale. La zona era poi animata dal passaggio di pellegrini e mercanti che transitavano lungo la via che da Bologna conduceva al santuario di Montovolo, all’epoca luogo anche di un’importante fiera di fine estate, frequentato sin dal basso medioevo. Era questa la via di Castiglione dei Pepoli, che si staccava dalla prima all’altezza di Panico e risaliva il crinale toccando San Silvestro, Veggio e Grizzana per poi proseguire tra Brasimone e Setta verso Castiglione dei Pepoli, Prato e Firenze; per questa strada si raggiungeva anche il santuario Boccadirio, frequentato sin  dal ‘500.
Altro percorso fondamentale per la viabilità montana era quello che seguiva il corso del Reno lungo un percorso in buona parte coincidente con l’odierna statale, collegando Bologna e la Toscana. Questa via, già percorsa da etruschi e romani, era nota come strada maestra di Saragozza, perché iniziava nell’omonima strada urbana di Bologna; dai pistoiesi era invece chiamata strada Francesca della Sambuca, a sottolineare la sua destinazione ultima d’oltralpe.
Benché il governo comunale di Bologna avesse sistemato la rete viaria montana al termine delle sanguinose lotte feudali, essa rimase per secoli in condizioni molto precarie, tanto che nel ‘700 i tecnici pontifici lamentavano ancora le pessime condizioni della viabilità. Come tutte le strade del tempo anche queste erano scandite dagli ospitali (ricoveri per viandanti) posti a intervalli di circa un giorno di cammino l’uno dall’altro: a Pontecchio, Sasso, Panico, Vergato, Casola, Pian di Casale, Monzuno.

 

L’età moderna
Anche per tutta l’età moderna, la fragile economia della montagna si basò sulle attività agricolo forestali e su elementari lavorazioni artigianali. Colture principali erano il grano e i marzatelli (cereali e legumi), frutta e uva, oltre alla produzione della canapa. Il bosco veniva sfruttato per legna, castagne, ghiande e carbone. L’allevamento era importante per l’alimentazione umana e come ausilio al lavoro dei campi; molto diffuso anche quello del baco da seta. Le attività artigianali più diffuse erano quelle di fabbro, tintore, calzolaio, falegname, sarto e molinaro.
Rilevante fu anche la penetrazione economica, lungo tutta la valle del Reno, di potenti e agiate famiglie bolognesi; ciò consolidò i rapporti tra Bologna e il territorio collinare e montano e sviluppò in alcuni casi un considerevole indotto.
L’organizzazione del territorio nell’età moderna rappresentò un proseguimento delle diverse giurisdizioni feudali sorte nel medioevo, spesso con la creazione di privilegi per alcune potenti famiglie che si spartirono così il controllo del territorio.
Questi signori amministravano la giustizia e facevano sentire le proprie ragioni presso il capitano della montagna a tutela degli interessi, non sempre legittimi, propri e dei propri sudditi. Malfattori, briganti, contrabbandieri e delinquenti comuni, ammantati talvolta di falsi fini politici imperversavano su tutta la montagna, organizzandosi in bande anche molto numerose e creando gravi problemi di ordine pubblico in particolare nel ‘500.

 

L’età contemporanea
Nel ‘600 tutto il sistema di governo del territorio organizzato dalla città di Bologna entrò in crisi, anche se ufficialmente privilegi e magistrature scomparvero solo con l’arrivo della rivoluzione francese e con la suddivisione, nel 1803, del territorio del Dipartimento del Reno in distretti.
La Restaurazione ripristinò solo in parte l’ordinamento amministrativo precedente e a metà del XIX secolo i comuni nell’attuale territorio del Parco erano solamente quelli di Caprara, Monzuno e Tavernola.
Verso la fine del secolo XIX, la zona vide la nascita di alcune industrie, favorita dalla presenza di risorse idriche, dalla costruzione della ferrovia e dagli ammodernamenti apportata alla rete viaria. Di rilievo l’opificio per la filatura e la tessitura della canapa e la cartiera a Marzabotto, e l’opificio per la canapa a Pioppe di Salvaro. Rimasero comunque predominanti l’attività agricola e l’allevamento.
Lo sviluppo di queste prime attività industriali portò al lento spopolamento della zona di crinale a favore delle aree di fondovalle. Questa tendenza si accompagnò comunque a un discreto aumento della popolazione, iniziato nei primi decenni del XIX secolo.
La ridistribuzione della popolazione fu all’origine di alcune significative trasformazioni amministrative. Con il Regio Decreto del 2 luglio 1882, infatti, il comune di Caprara sopra Panico cambiò nome in favore di Marzabotto, dove di fatto era già stata trasferita la sede comunale. Poco dopo, il 10 dicembre 1882, un altro regio decreto mutò anche il nome del comune di Tavernola, trasformandolo in quello di Grizzana, sede del municipio.
Fondamentale nel determinare il mutamento nella distribuzione della popolazione fu anche la realizzazione delle importanti opere pubbliche ottocentesche, la prima delle quali riguardò l’antico collegamento viario lungo la valle del Reno, ormai quasi intransitabile. Venne così sistemato il tracciato dell’odierna statale Porrettana, che nel 1848 si raccordò alla via Leopolda sul versante toscano. Pochi anni dopo, nel 1864, venne realizzata anche la ferrovia Bologna-Pistoia, che per settant’anni fu l’asse fondamentale dei trasporti di persone e merci tra nord e sud Italia.
La valle del Setta ebbe soltanto nel 1882 la sua strada transappenninica e più tardi venne solcata per un breve tratto dalla ferrovia Bologna-Firenze, la cosiddetta Direttissima terminata, dopo l’interruzione della prima guerra mondiale, nel 1934.

 

Il primo 900
I mutamenti nell’insediamento e nell’economia si rispecchiano anche nelle trasformazioni sociali e politiche che investirono tra ‘800 e ‘900 l’area tra Setta e Reno. Nacquero forme di aggregazione moderne, con le organizzazioni politiche e sociali di ispirazione sia socialista sia cattolica e popolare, che aumentarono col tempo la consapevolezza di poter lottare per ottenere migliori condizioni di lavoro e fecero maturare le condizioni per la preparazione di diversi scioperi nei cantieri e nelle campagne, in particolare all’inizio degli anni ’20.
La prima guerra mondiale ebbe un altissimo costo in vite umane e portò poi per i reduci un difficile reinserimento, dopo la dura esperienza al fronte e lo scontro con la miseria e le promesse non mantenute di ricevere nuova terra. La ripresa della costruzione della ferrovia Direttissima diede di nuovo un’occupazione a molti abitanti della zona, ma al termine dell’opera ancora molte persone si trovarono senza lavoro e in situazione di grave disagio economico. Ad essa si reagì con la messa a coltura di nuove terre marginali e con l’emigrazione. Quest’ultimo fenomeno ebbe anche motivazioni politiche: era nel frattempo iniziato, con la marcia su Roma del 28 ottobre 1922, il governo fascista dell’Italia, che con la sua politica autarchica, repressiva e militare non migliorò le condizioni di vita della popolazione del territorio.